Infedeltà coniugale 2017-08-31T16:18:26+00:00
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Infedeltà coniugale

I diritti e doveri della vita coniugale ed i loro limiti di legge

Con la celebrazione del matrimonio la legge pone a carico dei coniugi alcuni diritti e doveri che rappresentano i limiti entro cui si sviluppa la vita coniugale.
Essenziale risulta il disposto dell’articolo 143 del Codice Civile rubricato “Diritti e doveri reciproci dei coniugi” che, al comma 2, dispone tra l’altro che dal matrimonio deriva il reciproco obbligo alla fedeltà e alla coabitazione.
Il fenomeno dell’infedeltà coniugale è molto antico ed ha assunto accezioni diverse in base alla cultura in cui si analizza.
Per l’ordinamento italiano, la fedeltà coniugale ha oggi un significato molto preciso.
Essa, infatti, deve intendersi sotto il duplice aspetto di astensione dalle relazioni extraconiugali e di impegno a non tradire la reciproca fiducia – alcuni arrivano a dire la dedizione fisica e spirituale tra i coniugi – che nasce con la celebrazione e dura quanto dura il matrimonio stesso.
In quest’ottica, la fedeltà affettiva diventa componente di una visione più ampia, che si traduce nella capacità dei coniugi di sacrificare le proprie scelte personali a favore di quelle imposte dal legame di coppia e dal sodalizio che su di esso si fonda.
La Cassazione si è spinta sino ad affermare che provoca la violazione dell’obbligo di fedeltà, con conseguente addebito della separazione, anche la relazione del coniuge con estranei, la quale, anche se non ha portato ad un vero e proprio adulterio, abbia comunque offeso la dignità e l’onore dell’altro coniuge, per via degli aspetti esteriori con cui è stata condotta nell’ambiente in cui i coniugi abitualmente svolgono la vita familiare.

La violazione del dovere di fedeltà coniugale si inserisce nel disposto dell’articolo 151 del Codice Civile in tema di separazione giudiziale.
Dottrina e giurisprudenza sono concordi nell’identificare l’infedeltà come uno dei “fatti tali da rendere intollerabile la prosecuzione della convivenza” citato dall’articolo di cui sopra.
La Corte di Cassazione ha più volte sottolineato, infatti, che l’infedeltà “viola uno degli obblighi direttamente imposto dalla legge a carico dei coniugi […] tale da giustificare la separazione”, specificando che sia compito dell’autore della violazione provare che il proprio comportamento non abbia contribuito alla crisi coniugale.

Con la recentissima sentenza n. 3318 dell’8 febbraio 2017, la Corte ha nuovamente ribadito il proprio orientamento.
Nel caso specifico, il Tribunale di Brescia aveva pronunciato la separazione tra i coniugi addebitandola al marito.
La Corte d’appello aveva confermato la sentenza di primo grado, sottolineando come fosse stata la relazione extraconiugale del marito ad aver causato la rottura del rapporto coniugale, nonostante il marito avesse portato a sua difesa la circostanza che anche la moglie si fosse intrattenuta in una relazione con un altro uomo.
Nella sentenza, il giudice d’appello respingeva la difesa del marito in quanto “… gli incontri della moglie con un altro uomo erano successivi alla scoperta della relazione – extraconiugale, n.d.r. – del marito, al definitivo abbandono della casa coniugale da parte di lui ed al deposito del ricorso per separazione”.
La corte concludeva affermando che non era stato dimostrato che la condotta della moglie avesse causato la crisi coniugale.
Il marito proponeva ricorso in Cassazione, lamentando una inadeguata motivazione della decisione di addebito da parte della Corte di appello. Nello specifico, veniva contestata la relazione investigativa depositata dalla moglie, in quanto la stessa era da considerare come documento senza valore probatorio.
La Corte di Cassazione, tuttavia, non aderiva alle argomentazioni del ricorrente.
Nella sentenza, infatti, veniva sottolineato come il giudice di secondo grado avesse correttamente applicato il principio secondo cui “… l’inosservanza dell’obbligo di fedeltà coniugale è di regola sufficiente […] a giustificare l’addebito della separazione al coniuge responsabile, sempre ché non si constati la mancanza di nesso causale tra infedeltà e crisi coniugale”.
La Cassazione, quindi, ha precisato il proprio orientamento secondo cui l’infedeltà è di regola causa di addebito della separazione, a meno che il coniuge ritenuto inadempiente non sia in grado di provare che il matrimonio fosse già in crisi prima del tradimento e, quindi, che la stessa non fosse stata determinata dal comportamento fedifrago.
Ritroviamo la stessa linea di pensiero anche all’interno della sentenza n. 17317 del 20164, che sottolinea anch’essa la necessità per il giudice di verificare l’esistenza del nesso di causalità tra il comportamento fedifrago del coniuge e la decisione di chiedere la separazione.

Sul tema, notevole importanza ricopre un sentenza del Tribunale di Roma datata 30 marzo 2016.
La suddetta sentenza, affrontando il discusso tema dell’addebito della separazione ex art. 151 del codice civile, indaga le modalità con cui il coniuge possa venire a conoscenza della relazione extraconiugale.
Nel caso in oggetto, il marito aveva chiesto la separazione con addebito alla moglie in quanto la stessa aveva violato l’obbligo di fedeltà.
A supporto della propria tesi, il marito aveva prodotto una serie di riproduzioni fotografiche di alcuni SMS e di schermate della pagina facebook estratte dal telefono personale della moglie, da cui si evinceva il rapporto della stessa con un altro uomo già prima dell’inizio della crisi coniugale.
La moglie, in corso di causa, aveva sollevato un’eccezione relativa alla violazione della normativa sulla privacy in merito all’utilizzabilità dei documenti prodotti.
La risposta del giudice alle eccezioni di parte è degna di nota.
Pronunciandosi sul punto, infatti, lo stesso afferma che “in un contesto di coabitazione e di condivisione di spazi e strumenti di uso comune quale quello familiare, la possibilità di entrare in contatto con dati personali del coniuge sia evenienza non infrequente, che non si traduce necessariamente in una illecita acquisizione di dati”.
In base a questo assunto, la coabitazione e la condivisione di spazi, propria della sfera familiare, costituisce un’eccezione ai generali limiti imposti dalla legge 196 del 20035.
Il giudice sviluppa ulteriormente il concetto, aggiungendo che “è la stessa natura del vincolo matrimoniale che implica un affievolimento della sfera di riservatezza di ciascun coniuge e la creazione di un ambito comune nel quale vi è una implicita manifestazione di consenso alla conoscenza di dati e comunicazioni di natura anche personale, di cui il coniuge, in virtù della condivisione dei tempi e degli spazi di vita, viene di fatto costantemente a conoscenza a meno che non vi sia una attività specifica volta ad evitarlo”.
I coniugi, quindi, possono mantenere una loro sfera privata, a patto che mettano in atto tutti i comportamenti necessari a garantire la segretezza delle informazioni di cui non vogliono mettere a conoscenza dell’altro. Un esempio può essere rappresentato dal coniuge che, lavorando in casa, decide di proteggere dati e documenti proteggendoli con password all’interno del proprio pc o custodendoli in una cassetta di sicurezza a cui solo lui ha accesso.
Delineato il contesto in questo modo, il giudice concludeva affermando che non poteva considerarsi illecita “la scoperta casuale del contenuto di messaggi, per quanto personali, facilmente leggibili su di un telefono lasciato incustodito in uno spazio comune dell’abitazione familiare”.
Pertanto, secondo il Tribunale non vi era stata alcuna acquisizione illecita di documenti, con la conseguenza che non occorreva affrontare la questione relativa all’utilizzabilità dei medesimi, ai fini di prova, nel giudizio civile.
Questo principio da una possibile soluzione al delicatissimo tema dell’acquisizione delle prove in materia di violazione dell’obbligo di fedeltà coniugale.
Ad oggi molto spesso i coniugi che hanno dei dubbi circa la sincerità e la fedeltà del proprio partner si affidano a professionisti ed agenzie specializzate per poter acquisire informazioni e poter dare risposte ai proprio dubbi.
Va ricordato che questi professionisti devono necessariamente operare nei limiti della legalità.
Giova sottolineare, infatti, che attività di indagine quali il controllo dei tabulati telefonici, le intercettazioni di vario genere su apparati telefonici, sms, chat ed email, la violazione di domicilio e le riprese visive e sonore, le c.d. intercettazioni ambientali, all’interno di dimore private, salvo che siano espressamente autorizzate dal giudice, sono punite ai sensi degli articoli 6146, 615-bis7, 615-ter8, 6169, 61710 e 617-quater11 del codice penale.
Il principio enunciato dal Tribunale di Roma risulta importante perché, in totale autonomia, consente al coniuge di potersi dare alcune risposte circa eventuali comportamenti sospetti tenuti dall’altro partner, ottenendo delle informazioni preliminari che potranno indirizzare meglio le eventuali indagini affidate ad un professionista.


Quanto esaminato sopra vale solo nell’ambito del matrimonio.
Con legge n° 76 del 201612, sono state regolamentate le c.d. unioni civili.
Il legislatore, però, ha ritenuto di non dover disciplinare l’obbligo giuridico di fedeltà quale limite ai rapporti personali che nascono al momento del perfezionamento dell’unione civile.
Nello specifico, il comma 11 dell’articolo 1 della suddetta legge non cita in nessun modo la fedeltà quale dovere dei conviventi.
L’omissione in merito ha scatenato molte critiche da parte della dottrina.
È stato fatto notare, infatti, che il dovere di fedeltà esemplifica, in senso giuridico, l’esigenza di stabilità del gruppo familiare, esigenza che è propria anche delle persone dello stesso sesso.
Il confronto è aperto e sicuramente ancora lontano da soluzione.

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