Uso scorretto dei permessi 2017-08-31T16:36:05+00:00
Investigazioni investigazione privata aziendale

Licenziamento legge 104/92

Licenziamento per uso scorretto dei permessi

Nell’ordinamento italiano, la “Legge quadro per l’assistenza, l’integrazione sociale e i diritti delle persone handicappate” n. 104 del 5 febbraio 1992, meglio nota come “Legge 104”, rappresenta il cardine della disciplina di garanzia offerta a tutti i soggetti portatori di handicap e ai parenti che se ne fanno carico.
La legge, inserendosi appieno nel solco tracciato dall’articolo 3 della Costituzione, si propone di garantire “il pieno rispetto della dignità umana e i diritti di libertà e di autonomia della persona handicappata e ne promuove la piena integrazione nella famiglia, nella scuola, nel lavoro e nella società”, attraverso la rimozione delle condizioni che impediscono lo sviluppo della persona e favorendo il recupero funzionale e sociale della persona affetta da handicap, anche attraverso interventi mirati a superare “stati di emarginazione e di esclusione sociale”.

Ai sensi dell’articolo 3, la legge definisce come portatore di handicap il soggetto che “presenta una minorazione fisica, psichica o sensoriale, stabilizzata e progressiva” che causa all’individuo che ne è affetto una “difficoltà di apprendimento, di relazione o di integrazione lavorativa” e che determina un processo di svantaggio sociale e di conseguente emarginazione.
La legge assegna alle singole commissioni mediche locali il compito di effettuare gli accertamenti volti a verificare i requisiti previsti.

In ambito lavorativo, i principi enunciati nel precedente articolo 1 si concretizzano nel punto f) del successivo articolo 8 che impone al legislatore di predisporre tutte le misure atte a favorire la piena integrazione nel mondo del lavoro e la tutela del posto di lavoro.
A sua volta, l’articolo 8 si specifica ulteriormente negli articoli 17 e 18, i quali dispongono l’attivazione di specifici corsi di formazione professionali che tengano conto delle diverse difficoltà dei soggetti, indirizzando gli stessi verso classi in grado di venire incontro alle loro specifiche esigenze, e favoriscono l’integrazione nel mondo lavorativo attraverso la collaborazione tra regioni e associazioni o enti a questo preposti.

A completamento del sistema di tutela offerto dalla legge 104/92 troviamo l’articolo 33, con cui il legislatore estende le garanzie anche a coloro che sono chiamati ad assistere un soggetto affetto da handicap grave.
A norma del comma 3 dispone che il dipendente pubblico o privato può usufruire di tre giorni di permesso mensile retribuito, a patto che la persona assistita sia un parente o affine entro il secondo grado, o terzo in base a specifiche condizioni, e che il soggetto assistito non sia ospite a tempo pieno di una struttura sanitaria.
In aggiunta a ciò, la legge garantisce la possibilità al lavoratore portatore di handicap, o al lavoratore che assiste una persona handicappata, di poter essere assegnato ad una sede di lavoro vicina al proprio domicilio o a quello della persona assistita.

Recenti modifiche alla legge 104/92, su tutte occorre ricordare quella del 2010 – n.d.r. –, hanno cambiato profondamente l’articolo 33, eliminando il carattere di continuità all’assistenza verso il portatore di handicap da parte del lavoratore che si avvale del permesso ex 104/92.
Questo significa che il legislatore riconosce a chi presta assistenza la possibilità di poter bilanciare la giornata di permesso, affiancando al tempo speso per accudire il malato un giustificato spazio per scopi personali.
Sul punto si è espressa anche la Corte di Cassazione che, con la sentenza n. 54712 del 2016, ha cercato di fare chiarezza a riguardo.
Secondo la Corte, le recenti modifiche alla legge 104 ampliano l’ottica in cui vengono intesi i permessi concessi ai sensi dell’articolo 33, arrivando ad affermare che gli stessi devono garantire, a chi offre la propria assistenza, “di poter svolgere un minimo di vita sociale, e cioè praticare quelle attività che non sono possibili quando l’intera giornata è dedicata prima al lavoro e, poi, all’assistenza”.
Garantire la “vita sociale” è un diritto che, a detta dei giudici della Suprema Corte, va garantito anche ai lavoratori con un familiare malato e che, altrimenti, non potrebbero avere se dovessero, anche durante i giorni di permesso, prestare assistenza tutte le 24 ore.

La stessa sentenza, se da una parte ha ampliato il modo di intendere i permessi ex articolo 33, dall’altra ha riaffermato con forza che chi ne ha diritto non può abusarne.
Il datore di lavoro, quindi, non potrà sanzionare il lavoratore che, nel corso del permesso, viene sorpreso a compiere una commissione personale, ma avrà la possibilità di attivarsi con provvedimenti disciplinari nel caso in cui il dipendente abusi della propria posizione privilegiata.
La Corte, infatti, ha sottolineato che la riforma del 2010, anche se amplia le tutele nei confronti del dipendente che offre assistenza a un soggetto portatore di handicap, non può in nessun modo snaturare lo scopo a cui i permessi si orientano.
Ne consegue che il dipendente che utilizzi i permessi concessi in base all’articolo 33 alla stregua di giorni di ferie, e quindi non prestando in alcun modo l’assistenza richiesta, a detta della Corte compie uno di quei comportamenti infedeli che, se reiterati nel tempo, configurano causa di licenziamento per giusta causa.

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